Era un po' che facevo di questi pensieri, più o meno da quando hanno buttato fuori a calci Gomorra dalla corsa agli Oscar. "Ma porca t***a!" mi dicevo tra me e me "ma possibile che una volta che facciamo un film con i controc***i ce lo bocciano? Il cinema italiano contemporaneo per quanto tempo dovrà rimanere ancorato, agli occhi del mondo, a La vita è bella?". Ammetto che dieci anni fa, quando è uscito e io ero una donzella pre-adolescente (e ascoltavo ancora Jovanotti, quindi le seguenti affermazioni saranno da considerarsi fatte da una persona non ritenuta ancora abile di intendere e di volere) lo apprezzai assai, oltre alla commozione, perché mi commuoverei pure adesso, proprio lo scrivevo tra i miei film preferiti nel diario di scuola. Comunque, sono tornata a parlare di tutto ciò per un articolo che ho letto da poco sul corriere.it, questo qua. Insomma, Simone Veil (e chi non sa chi è forse è proprio il caso che se lo vada a cercare) sostiene che l'Oscar è stato assolutamente immeritato. Vabbè, la Veil si sofferma più che altro sui contenuti, comunque non avremo più solo Ferrara a dire che insomma non è che ci troviamo davanti a tutta 'sta gran roba (apprendo ora che Ferrara aveva a suo tempo lanciato, dalle pagine del suo Il Foglio, una campagna di boicottaggio) e ciò mi dà gioia e soprattutto meno vergogna dei miei pensieri. Di solito mi sento in imbarazzo a dire che La vita è bella non solo non è un gran film, ma proprio NON è un film. Ora sarebbe tempo di insultare anche Sophia Loren che proprio non reggo... dico io, perché alla Francia Jeanne Moreau e a noi la baldracca dal labbro siliconato? Ma mi sa che è meglio che mi fermi qui.

Stavo guardando l'ultima puntata di Che tempo che fa dal sito della Rai... il primo che trovo che va a vedere il film di Baricco lo prendo a cinghiate.
Domenica, presa da un attacco di acculturamento ossessivo-compulsivo, sono andata ad Ancona per vedere lo spettacolo della Societas Raffaello Sanzio (che ora cito così, con non-chalance, ma che prima avevo a malapena sentito nominare). Da donna di grande sapienza, la quale io sono, questa è stata anche la mia prima volta al teatro delle Muse, nonostante siano ormai ad occhio e croce ottantasette anni che è stato riaperto.Ma torniamo a questo Hey girl!, premetto che a prima vista ‘sto spettacolo sembra mettere in scena proprio tutto ciò che io odio, insomma è pieno di tutti quei riferimenti culturali che ti riempono le balle solo a sapere che qualcuno li fa: quadri (chi l’ha fatto quello con l’uomo che è la copia spiccicata di Putin?), Shakespeare (O-MIO-DIO!, Romeo e Giulietta, ma stiamo scherzando?), le regine morte ammazzate nel corso della storia… In ogni caso, a me è piaciuto da impazzire. Nel senso, piaciuto, nella misura in cui può essere definito “piacevole” un incubo lungo un’ora e mezza, diciamo pure che ho passato la notte successiva quasi insonne, leggendo Topolino nel tentativo, pressoché invano, di alleggerire la pesantezza che schiacciava la mia mente. E per fortuna che stavo così lontana da non vedere quasi nulla. Ora, per completezza dovrei parlare un po’ della trama, magari, ma una trama vera e propria non c’è; il concetto fondamentale è, credo, che la vita è un’angoscia infinta e che tutti indossano una maschera per potervi passare indenni attraverso. Vabbè, il senso, come la storia delle citazioni, è una cazzata così inflazionata che probabilmente è pure l’argomento più utilizzato dai Puffi per distrarre Gargamella, ma questo non toglie che l’inquietudine, la paura, l’ansia, come si direbbe nei migliori reality show, sono sensazioni che “arrivano”. Ultimo appunto, ho passato la maggior parte del tempo a chiedermi come le attrici protagoniste, la bionda in particolare, possano sopportare tutti i giorni tanta infelicità, dico io, devono avere una vita piena di gioia e soddisfazioni. Probabilmente non sono riuscita a dare nemmeno un’idea lontana dello spettacolo, mi dispiace. Metto un video preso dal Tubo, che in questo caso è un po’ come non mettere niente, comunque...