Oggi è stata una giornata straziante: quattro ore di sonno, dieci di lavoro, e tre di passeggiata con intenti shoppingesti in una Oxford Street che a causa della pioggia era ancora più affollata del solito (manco portati a compimento causa stanchezza così elevata che solamente togliermi lo zaino per prendere il portafoglio o, ancor peggio, togliermi i vestiti per provare qualcosa sono azioni che hanno assunto ai miei occhi dimensioni spropositate). Questa sofferenza fisica e mentale, tuttavia, io pensavo che me la sarei potuta scrollare di dosso appena tornata a casa. Mentre sonnecchiavo in autobus con un occhio buttato fuori per controllare le fermate pensavo: "Ah! Ma che ti frega, adesso ti riposi un po', chessò, ti guardi un film, ti fai una bella doccia, ti leggi un libro e tutto passa, tanto poi domani hai pure il giorno libero". Arrivo nella mia stanzetta quindi piena di belle speranze. Mi siedo di fronte al Piccì, mi collego ad intèrnette e vado a controllare la posta. Ma, uhm, c'è qualcosa di strano nell'aria. Le mie mani iniziano a rattrappirsi, piano piano anche la forza di girare la rotellina del mouse mi abbandona, diamine! è così freddo che anche respirare mi fa quasi male (si, vabbè, questa è un po' romanzata, che manco nella Russia di Dostoevskij). Vado a controllare la colonnina di mercurio, che in realtà è nientepopodimenoché la mia sveglia, e il verdetto è spietato: 13.5 gradi! Oh, TRE-DI-CI GRADI E MEZZA! A tutto questo io dico no! E 'sticazzi! Armata di coraggio decido di affrontare la stufa. Le istruzioni sono scritte tutte in coreano, ma io faccio appello a tutta la mia sapienza e traduco il tutto (in fondo, se c'è il disegnino del termosifone e io ci giro la rotellina sopra significherà che lo stò accendendo, no?). Insomma, questo immane preambolo, lo diceva la mia prof delle medie che bruciavo sempre tutto nell'introduzione, per dire che: se non mi sentite più nei prossimi giorni, fate tesoro della mia esperienza, il disegnino del calorifero in Oriente sta per -Esplosione imminente-.
È quasi un peccato che abbia sprecato un intero post così, e pensare che mi erano venute tante belle idee in questi giorni (da quando sto quassù ho iniziato a farmi dei viaggi mentali in solitaria che non vi dico); tipo uno sproloquio sulla me studentessa di sinistra in conflitto con il mondo studentesco di sinistra, oppure la costatazione che Bridget Jones se lo vedi mentre vivi a Londra all'improvviso non fa ridere più per niente affatto. Vabbè, se mi rimane l'ispirazione rimedio nei prossimi giorni.
Stay tuned (cioè, oh, sono troppo ggiòvane, ma come mi esprimo?)
Sembra dunque deciso, anche se ancora non ho avuto il coraggio di comprare il biglietto, lascio Londra tra un mese. Addio alle lunghe code ordinatissime che, pure se piove e il negozio è praticamente vuoto, tu non è che ti puoi mettere di fianco a quello che ha il posto prima del tuo, no, devi assolutamente metterti dietro, poco importa se poi ti prende una broncopolmonite perché te ne sei stato ad aspettare un panino dieci minuti fuori della porta. Addio alla lotta senza pietà per il posto in prima fila sul secondo piano del bus, "Lo vuole il tuo figlioletto così carino ed educato? Veramente vorrebbe sedersi qui per gustarsi il panorama? Che si attaccasse! La prossima volta sale su una fermata prima". Addio alle scene di ordinaria follia per un caffè "Vuoi il tuo stupido Latte con meno schiuma? Fattelo da solo! Possibilmente a casa, così non rovini la giornata al resto dell'umanità". Ma addio anche alle passeggiate dentro Regent's park (alzi la mano chi è che non si perde ogni volta); addio a tutte le migliaia di persone che, nonostante Londra a volte dia veramente l'impressione di essere una giungla senza alcuna compassione per gli esseri umani, riescono a rimanere gentili e subito pronte al sorriso, addio ai musei gratuiti, addio ai contratti di lavoro che anche se sei appena arrivato e fai veramente una lavoro di m***a prendi comunque più di un impiegato di quarant'anni in Italia e ti pagano pure le ferie (per i quarantenni magari no, ma per quelli della mia generazione questa è quasi fantascienza), addio a una città che comunque è bellissima e che tante volte ti toglie il fiato.

Ma poi, addio? come dire... anche no. Chissà perché, ma tornare qui a Gennaio non mi sembra una possibilità così remota.
Dopo l'Hare Krishna che, con i suoi capelli rasati e la treccina, mi si avvicina dalle parti di Carnaby Street per chiedermi: -Tu pensi di essere una una brava persona?-, domenica ho avuto un incontro ravvicinato con una signora versione "Patti Smith che si lava i capelli" che a Tralfalgar Square ha deciso che voleva assolutamente sapere tutto sulle mie convinzioni religiose. Dico io, che approccio è, avvicinarsi a qualcuno che sta tranquillamente su un muretto cercando il telefonino nello zaino, chiedergli: -posso farti una domanda?- e, quando ormai l'ignaro interlocutore pensa -povera vecchina, si sarà persa, aiutiamola-, fargli a freddo una domanda da un milione di dollari come: -tu credi in Dio?-. Vabbè, avesse almeno cercato di convincermi su qualcosa, o di vendermi un libro come aveva fatto l'Hare Krishna, invece niente, dopo dieci minuti di discussione, mi liquida su due piedi così: -comunque pensi che l'amore tra le persone sia importante, giusto? Ok, grazie per la chiacchierata, ci vediamo-.
In ogni caso, comprare il primo cd de The Kills si è rivelato un acquisto azzeccatissimo.
Ebbene si, la malavita ha deciso che il posto dove lavoro è un buon posto per esercitare i suoi loschi traffici. Questo pomeriggio, verso le sei, il mio boss mi chiama in ufficio e mi dice: "Hai visto quei due? Sono qua da più di quattro ore, non consumano praticamente nulla, non si parlano e ogni tanto se ne vanno fuori per incontrare qualcuno". Nemmeno a dirlo, li guardo, e nei loro volti vedo il vuoto, il nulla, il buio primordiale, della serie 'sti tipi proprio mai visti prima, ma si sa che che la mia capacità di riconoscere le persone è pari al sottozero e che il mio spirito di osservazione non potrebbe essere resuscitato nemmeno con una seduta spiritica. Comunque, anniento a sprangate la mia parte razionale che sta urlando "ma che stai a di'! che te sei bevuto il cervello?", annuisco e prometto di tenerli sott' occhio; poi... incredibile! probabilmente qualcosa che non va c' è sul serio. La tipa, che tra virgolette ha una faccia così impiastricciata di trucco che sembra Moira Orfei quando va in discoteca per rimorchiare, effettivamente ogni tanto si alza distintamente dal tavolino che occupa insieme ad un altro gentil signore, e si va a sedere in un altro, ogni volta occupato da un diverso simpatico maschione. Ovviamente io colgo l'occasione al balzo per prendere un altro turno (si vabbè, lo so, l'ho fatto per i soldi) ed arrivare così alla chiusura e vedere cosa succede: sparatorie, polizia, giornali scandalistici e di cronaca che scelgono me come unica testimone dell'accaduto "Ah! vi prego, fatemi indossare i miei ray ban, i vostri flash mi accecano, ed ora basta per piacere che per oggi sono esausta", questo è ciò che mi aspetto. Naturalmente nulla succede, i due se ne vanno, nessun figuro sospetto entra più nel locale ed io rimango con niente di interessante da raccontare in giro.
Qui, nella terra dove hanno vissuto Shakespeare e Amy Winehouse, T. S. Eliot e le Spice Girls, c' è un solo lavoro che si può ritenere ancora peggiore dell' uomo-cartello, dell' uomo-vetrina (ebbene si, da selfridges ho visto pure dei manichini umani) o del commesso di fast food: il ragazzo-chiedi-soldi per sostenere bambiniincinabambiniinmaroccobambiniiniraqragazzemadriadulticonlabbroleporino... Sono in ogni angolo del centro, si muovono in blocco, in gruppi formati da almeno due persone, li puoi distinguere dal bell' aspetto, dal sorriso stampato in faccia e dalle magliette che mai, e dico mai, sono della giusta taglia. Appena li noti devi cambiare strada, se proprio non ce la fai e devi per forza passare di lì, l' unica soluzione per cercare di farla franca è alzare il lettore mp3 a tutto volume e cercare di fissare un punto fisso davanti a te in modo da vedere tutto il resto sfocato. Questo non li farà desistere dalla loro missione, ma tu potrai almeno continuare per la tua strada con la coscienza a posto: mica è colpa tua, tu non hai visto né sentito nessuno. Se qualcosa va storto e sei costretto a fermarti, l' ultima raccomandazione è di fingere di non capire assolutamente una parola d' inglese e biascicare qualcosa tipo "Ai emme on olidey, sorrrrri, ai donte spik inglish". Per mettere in atto questo piano, una sola raccomandazione: non guardarli mai negli occhi, potrebbero muoverti a compassione e potresti ritrovarti in un attimo a dare i dati della tua carta di credito ad un perfetto sconosciuto. Comunque, tutto questo preambolo per raccontare una scena a cui ho assistito oggi a Leicester Square. Leggete ed imparate, casomai i consigli dati da me non funzionassero. La solita sanguisuga-intervistatrice con la sua gonnellina a pieghe verde si butta su un qualunque passante: "Ciao, come stai? Posso farti qualche domanda?", risposta: "Qualcuno sta parlando con me? Dove sei? Dove?" e si comincia a guardare intorno, lei, un po' sconsolata: "Ma come, sono qui!" lui: "Dove? Io non vedo nessuno... eppure mi era sembrato di sentire una voce..." e se ne va sorridendo come se niente fosse. La ggiovane, dopo un attimo di abbattimento lungo più o meno tre millesimi di secondo si fionda contro qualcun altro come se niente fosse. Io invece me ne sto lì, come un' idiota, a pensare: "Quest' uomo è un genio, la prossima volta devo assolutamente fare come lui"... peccato che non ne troverò mai il coraggio, troppa è la tenerezza che infondono in me questi esseri indifesi, colpevoli solo, in fondo, di dover fare un lavoro orribile.
Essendo io di una banalità e di una tristezza intellettuale senza confini, annuncerò così, con una canzone assolutamente non prevedibile, la mia partenza.